Salute

Parkinson, si indaga sul ruolo dei cluster proteici

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Per la prima volta, sono stati osservati e quantificati i cluster proteici che potrebbero scatenare la malattia di Parkinson. A riuscirci gli scienziati dell’Università di Cambridge, dell’University College di Londra, del Francis Crick Institute e del Polytechnique Montreal, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista ‘Nature Biomedical Engineering‘ per rendere noti i risultati del proprio lavoro.Il team, guidato da Steven LeeSonia Gandhi e Lucien Weiss, ha sviluppato una tecnica di imaging che consente di osservare, quantificare e confrontare gli accumuli di proteine nel cervello. Gli ammassi di proteine chiamati oligomeri di alfa-sinucleina, spiegano gli esperti, sono stati a lungo considerati i più plausibili responsabili dello sviluppo della malattia di Parkinson, ma finora non erano stati rilevati direttamente nel tessuto cerebrale umano. Le stime attuali, riportano gli autori, indicano che entro il 2050 i casi di Parkinson potrebbero raggiungere i 25 milioni a livello globale. Sebbene esistano trattamenti volti ad alleviare alcuni dei sintomi, questa condizione non è curabile. “La possibilità di osservare il Parkinson nelle sue fasi iniziali – afferma Lee – fornirebbe informazioni preziose su come la malattia si sviluppa nel cervello e di come affrontarla”.

La tecnica ASA-PD per l’analisi cerebrale

Per far fronte a questa esigenza, il gruppo di ricerca ha sviluppato la tecnica chiamata Advanced Sensing of Aggregates for Parkinson’s Disease (ASA-PD), che utilizza la microscopia a fluorescenza ultrasensibile per rilevare e analizzare milioni di oligomeri nel tessuto cerebrale post-mortem. I campioni delle persone affette da Parkinson sono stati confrontati con quelli prelevati da individui sani.

“E’ stato come poter vedere le stelle in pieno giorno – commenta Rebecca Andrews, altra firma dell’articolo – il nostro lavoro apre nuove porte alla ricerca su questa malattia”. L’analisi ha rivelato la presenza di oligomeri in tutti i campioni, che però raggiungevano dimensioni significativamente maggiori in caso di pazienti con Parkinson. Il gruppo di ricerca ha anche individuato una sottoclasse di oligomeri presenti solo in caso di neurodegenerazione. “Questo lavoro – sottolinea Weiss – offre un atlante completo dei cambiamenti proteici nel cervello. Tecnologie simili potrebbero essere applicate ad altre malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer“. “Per capire come affrontare queste problematiche – conclude Gandhi – dobbiamo studiare direttamente il cervello umano, il che si è rivelato piuttosto complesso. Speriamo che il superamento di questa barriera tecnologica ci aiuti a capire perché, come e dove si formano i cluster proteici. Tali informazioni si riveleranno indispensabili per la definizione di opzioni terapeutiche”.

Cataratta, anche l’intervento simultaneo ai due occhi è sicuro ed efficace

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L’intervento di cataratta su entrambi gli occhi può essere eseguito in modo sicuro ed efficace anche durante una sola operazione. Questo incoraggiante risultato emerge da una coppia di studi, presentati durante il 43° Congresso della Società Europea di Chirurgia della Cataratta e Refrattiva (ESCRS).Nel primo lavoro, il team guidato dall’Ospedale Regionale di Silkeborg e dall’Ospedale Universitario di Aarhus ha dimostrato che la maggior parte dei pazienti non presenta problematiche dopo un intervento eseguito su entrambi gli occhi, riuscendo a svolgere compiti essenziali senza difficoltà. Il secondo gruppo di ricerca evidenzia che i pazienti sottoposti a intervento chirurgico di cataratta in giornata su entrambi gli occhi hanno ottenuto risultati visivi altrettanto buoni, o addirittura migliori rispetto a chi aveva eseguito due operazioni separate.La cataratta: cause e trattamento

La cataratta, spiegano gli esperti, è una condizione molto comune in cui il cristallino dell’occhio si opacizza, causando visione offuscata e perdita della vista. L’intervento consiste nella sostituzione del cristallino naturale opacizzato con uno artificiale. Quando si verifica in entrambi gli occhi, generalmente si procede con la chirurgia della cataratta bilaterale sequenziale differita, che prevede due interventi a distanza di settimane o mesi. Tuttavia, sta diventando sempre più frequente l’approccio contemporaneo a entrambi gli occhi.

Autosufficienza dei pazienti post-operatorio

Nel primo lavoro, i ricercatori hanno chiesto a 157 pazienti sottoposti a questo tipo di intervento di compilare un questionario sulla necessità di assistenza. I risultati hanno rivelato che l’88 per cento dei pazienti era in grado di orientarsi autonomamente in casa, il 79 per cento riusciva a preparare il cibo e il 51 per cento non aveva problemi a usare il cellulare. Il 51 per cento dei partecipanti ha però riferito di aver bisogno di aiuto per usare il collirio.

Benefici dell’intervento simultaneo

“Esistono pochissime ricerche sull’autosufficienza dei pazienti dopo l’intervento – afferma Mia Vestergaard Bendixen dell’Ospedale Regionale di Silkeborg – i nostri risultati mostrano che molte persone non hanno bisogno di assistenza particolare, ma un caregiver può essere d’aiuto durante il primo giorno. Il lavoro avvalora l’intervento simultaneo su entrambi gli occhi, che riduce le visite in clinica e il carico di lavoro del caregiver, oltre a migliorare l’efficienza dell’assistenza sanitaria“.

Nel secondo paper, gli scienziati del Moorfields Eye Hospital NHS Foundation Trust di Londra hanno considerato i dati di 10.192 pazienti operati a entrambi gli occhi tra dicembre 2023 e dicembre 2024. La maggior parte dei casi riguardava due interventi separati. Gli studiosi hanno valutato diverse misure della vista nei pazienti dopo l’intervento chirurgico. I risultati hanno evidenziato che chi si era sottoposto alle due operazioni nello stesso giorno riportava punteggi migliori, con l’85 per cento che raggiungeva una vista di 20/20 o superiore, a fronte del 77 per cento nel gruppo operato in differita.

Vantaggi in termini di efficienza e risultati visivi

“L’intervento nello stesso giorno – commenta Vincenzo Maurino – offre potenziali guadagni in termini di efficienza, tra cui tempi di attesa e costi complessivi ridotti, riabilitazione visiva più rapida e meno appuntamenti in clinica, il tutto senza compromettere i risultati per i pazienti”. Nel complesso, concludono gli autori, i due studi dimostrano che l’intervento di cataratta a entrambi gli occhi in un’unica seduta può essere eseguito in sicurezza, con i pazienti che si riprendono bene a casa e, soprattutto, ottengono risultati visivi pari o superiori rispetto a un intervento eseguito in due fasi.

Dormito male? Meglio mangiare frutta e verdura

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Una buona qualità del sonno è fondamentale per favorire la salute mentale, ma l’assunzione di frutta e verdura è in grado di mitigare gli effetti negativi di una notte di sonno scarso. Questo curioso risultato emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Plos One, condotto dagli scienziati dell’Università di Otago. Il team, guidato da Jack Cooper e Tamlin Conner, ha analizzato i dati raccolti da tre studi distinti per capire come i comportamenti positivi interagiscano tra loro nel promuovere il benessere fisico e mentale.Il sonno e la salute mentale sono notoriamente collegati, spiegano gli esperti, ma la maggior parte degli studi condotti finora si concentravano sulla malattia mentale, su singoli comportamenti positivi o su determinate fasce d’età o tipologie di popolazione. Nell’ambito dell’indagine, i ricercatori hanno valutato i risultati di un sondaggio somministrato a 1.032 adulti in Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti.Gli autori hanno poi coinvolto 818 adulti neozelandesi in un’indagine durata 13 giorni, nella quale i partecipanti hanno tenuto un diario giornaliero dei propri comportamenti. Il terzo dataset si basa su un campione di 236 adulti neozelandesi che per otto giorni hanno indossato dispositivi Fitbit per monitorare l’attività fisica. Nel complesso, i risultati mostrano che una buona qualità del sonno era associata in modo chiaro a un migliore benessere mentale.

Il consumo di frutta e verdura occupava il secondo posto nella classifica delle buone abitudini. Entrambi i comportamenti hanno mostrato benefici confrontando giorni diversi per la stessa persona. In altre parole, mangiare più frutta e verdura in un giorno è stato associato a un aumento del benessere in tempo reale. Anche l’attività fisica, misurata tramite FitBit o diari, aveva effetti positivi sul benessere, ma ciò era ero principalmente a livello individuale piuttosto che nel confronto interpersonale.

Curiosamente, riportano gli studiosi, un consumo di frutta e verdura superiore alla media sembrava mitigare gli effetti di una cattiva qualità del sonno notturno, mentre un buon sonno notturno sembrava proteggere da una riduzione dell’assunzione di frutta e verdura. Nei prossimi approfondimenti, commentano gli scienziati, sarebbe interessante considerare coorti di studio più ampie e variegate.

“Comprendere quali fattori dello stile di vita favoriscano il benessere – afferma Conner – può aiutare i giovani adulti a prosperare in una fase particolarmente ardua della vita. La qualità del sonno si è distinta come l’abitudine più fortemente predittiva, ma anche mangiare fibre ed essere fisicamente attivi contribuisce a migliorare la salute”.

Dieci minuti di piastra per capelli sono come lo smog nel traffico

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 Passare la piastra per capelli ogni giorno non mette a rischio solo la chioma, ma potenzialmente la salute generale. Uno studio condotto dalla Purdue University ha scoperto che da 10 a 20 minuti di trattamenti per i capelli che sfruttano il calore, come appunto la piastra, espongono le persone a oltre 10 miliardi di nanoparticelle. Si tratta della stessa quantità di inquinamento da nanoparticelle che si otterrebbe stando in piedi nel traffico intenso di un’autostrada. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Science and Technology.Quando si utilizza uno strumento termico come una piastra o un ferro arricciacapelli, i capelli vengono riscaldati a temperature superiori a 150 C. Il calore vaporizza le sostanze chimiche volatili presenti in prodotti come balsami, lacche per capelli o creme, rilasciandole nell’aria sotto forma di minuscole sostanze inquinanti chiamate nanoparticelle. Queste particelle si depositano direttamente nelle vie aeree e la maggior parte finisce nella regione polmonare, la parte più profonda e sensibile dei polmoni. I ricercatori avvertono che queste particelle possono comportare gravi rischi per la salute, tra cui stress respiratorio, infiammazione polmonare e persino declino cognitivo.”Questo è davvero preoccupante – dice Nusrat Jung, autrice dello studio – Studi di questo tipo non erano mai stati condotti prima, quindi finora il pubblico aveva poca consapevolezza dei potenziali rischi per la salute derivanti dalla cura quotidiana dei capelli”. I prodotti per la cura dei capelli, come shampoo, lozioni, gel, oli, cere e spray sono potenzialmente pericolosi per la salute perché combinano sostanze chimiche volatili con calore intenso. Se riscaldati a temperature fino a 150 C tramite arricciacapelli o piastre, i prodotti per capelli normalmente sicuri iniziano a produrre composti pericolosi.

Questo calore non solo rilascia nell’aria una nuvola di sostanze chimiche, ma provoca anche reazioni chimiche nel prodotto che producono nuove particelle. In uno studio precedente i ricercatori hanno scoperto che i trattamenti termici rilasciavano grandi quantità di una sostanza chimica chiamata silossano D5. Il silossano D5 viene solitamente utilizzato nei prodotti per capelli per la sua capacita’ di conferire loro una consistenza liscia e lucida.

Tuttavia, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche classifica il silossano D5 come “molto persistente e molto bioaccumulabile”. È stato scoperto che la sostanza provoca danni alle vie respiratorie, al fegato e al sistema nervoso degli animali da laboratorio. Nel loro ultimo studio, i ricercatori hanno scoperto che la situazione era addirittura peggiore di quanto avessero inizialmente pensato. Gli scienziati hanno invitato i partecipanti a portare i propri prodotti per la cura dei capelli e gli strumenti termici in un laboratorio appositamente progettato per monitorare le particelle sospese nell’aria.

I partecipanti hanno poi trattato quattro sezioni dei loro capelli come avrebbero fatto a casa loro. Successivamente, dei monitor specializzati hanno misurato la presenza di particelle volatili nell’aria nel corso dell’ora successiva. Questo ha dimostrato che il trattamento termico ha rilasciato grandi volumi di nanoparticelle, tra cui composti volatili tossici come il silossano D5.

“Quando abbiamo studiato per la prima volta le emissioni dei prodotti per la cura dei capelli durante le ondate di calore, ci siamo concentrati sulle sostanze chimiche volatili rilasciate e ciò che abbiamo scoperto era già piuttosto preoccupante”, sottolinea Jung: “Ma quando abbiamo esaminato più da vicino la strumentazione aerosol solitamente utilizzata per misurare i gas di scarico, abbiamo scoperto che queste sostanze chimiche generavano emissioni di nanoparticelle che andavano da 10.000 a 100.000 per centimetro cubo”.

I livelli di emissioni erano particolarmente elevati per i trattamenti ‘leave-in’ studiati per essere resistenti al calore, come lacche, creme e gel per capelli. Secondo i ricercatori, i trattamenti per capelli rappresentano una fonte significativa e in precedenza sottovalutata di inquinamento da nanoparticelle. Per evitare i potenziali danni derivanti dall’inalazione di nanoparticelle, i ricercatori raccomandano di evitare completamente tali prodotti, soprattutto in combinazione con il trattamento termico. Se ciò non fosse possibile, raccomandano di cercare di ridurre al minimo l’esposizione alle nanoparticelle.

“Se proprio devi usare prodotti per la cura dei capelli, limitane l’uso e assicurati che lo spazio sia ben ventilato”, dicono i ricercatori: “Anche senza apparecchi di riscaldamento, una migliore ventilazione può ridurre l’esposizione a sostanze chimiche volatili, come il silossano D5, presenti in questi prodotti”.

Camminare più velocemente aumenta l’aspettativa di vita

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 Aumentare il ritmo della camminata quotidiana può migliorare l’aspettativa di vita, riducendo il rischio di mortalità. A rivelarlo uno studio, pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, condotto dagli scienziati della Vanderbilt University. Il team, guidato da Wei Zheng e Lili Liu, ha coinvolto 79.856 individui prevalentemente neri e a basso reddito. I ricercatori hanno utilizzato i dati del Southern Community Cohort Study, che tiene conto delle informazioni raccolte in 12 stati americani.Bastano 15 minuti

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I partecipanti hanno riportato la quantità di tempo medio giornaliero dedicato alla camminata, e il ritmo. Le informazioni sul decesso e le cause di morte sono state ottenute collegando la coorte al National Death Index. I ricercatori hanno dimostrato che camminare velocemente anche solo per 15 minuti al giorno era associato a una riduzione di quasi il 20 per cento della mortalità totale, notevolmente superiore rispetto ai benefici di una camminata lenta per tre ore al giorno. Questi aspetti positivi sono rimasti consistenti anche dopo aver considerato altri fattori legati allo stile di vita.

“L’effetto benefico della camminata veloce – afferma Zheng – si è esteso a tutte le cause di morte, ma è stato più pronunciato per le malattie cardiovascolari. È importante sottolineare che i benefici della camminata veloce erano indipendenti dai livelli complessivi di attività fisica nel tempo libero”.

La camminata veloce, in particolare, migliora la gittata cardiaca, aumenta l’apporto di ossigeno e l’efficienza dell’azione di pompaggio del cuore. Allo stesso tempo, questo semplice esercizio contribuisce al controllo del peso e della composizione corporea, riducendo l’obesità e i rischi correlati. La camminata veloce, sottolineano gli scienziati, è un’attività comoda e a basso impatto, adatta a persone di tutte le età e livelli di forma fisica. Il lavoro, commentano gli autori, fornisce prove dirette per orientare interventi e politiche mirate a migliorare l’equità sanitaria.

“Le campagne di sanità pubblica e i programmi basati sulla comunità – conclude Liu – possono sottolineare l’importanza e la disponibilità della camminata veloce per migliorare i risultati in termini di salute, fornendo risorse e supporto per facilitare un aumento della camminata veloce in tutte le comunità. Le persone dovrebbero sforzarsi di integrare un’attività fisica più intensa nelle loro routine, come la camminata veloce o altre forme di esercizio aerobico”.

Perchè il grasso viscerale è un pericolo per il cuore

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L’accumulo eccessivo di grasso viscerale, la sostanza che si accumula attorno agli organi, è associato a un invecchiamento più rapido del cuore. Lo evidenzia uno studio, pubblicato sull’European Heart Journal, condotto dagli scienziati del Laboratorio di Scienze Mediche del Medical Research Council (MRC) di Londra. Il team, guidato da Declan O’Regan, ha analizzato i dati di 21.241 persone attraverso la Biobanca britannica per valutare l’effetto del grasso viscerale.L’invecchiamento, spiegano gli esperti, rappresenta il principale fattore di rischio per le malattie cardiache, ma non è ancora chiaro perché alcune persone tendano a manifestare i segni del tempo più precocemente di altre. Noto per essere dannoso per la salute, il grasso viscerale sembra svolgere un ruolo centrale nell’invecchiamento del cuore e dei vasi sanguigni. Nell’ambito dell’indagine, i ricercatori hanno analizzato le immagini dettagliate ottenute tramite risonanza magnetica del cuore e dei vasi sanguigni attraverso l’intelligenza artificiale. A ogni individuo è stata assegnata un’età cardiaca sulla base dell’irrigidimento e dell’infiammazione dei tessuti, confrontata poi con l’età biologica che avevano al momento dell’esame.

Localizzazione e impatto del grasso viscerale

Il tessuto adiposo viscerale, precisano gli scienziati, si trova in profondità nell’addome, attorno allo stomaco, all’intestino e al fegato. Non essendo visibile all’esterno, può essere presente anche in persone con un peso corporeo sano. I risultati hanno mostrato che la presenza di grasso viscerale era correlata a un aumento dell’infiammazione e a un invecchiamento precoce. Sono emerse anche delle differenze di genere. In particolare, la distribuzione del grasso di tipo maschile, attorno alla pancia, era particolarmente predittiva dell’invecchiamento precoce negli uomini.

Differenze di genere e grasso cardiaco

Al contrario, la predisposizione genetica al grasso di tipo femminile, sui fianchi e sulle cosce, sembrava avere un effetto protettivo contro l’invecchiamento cardiaco nelle donne. “Il nostro lavoro – osserva O’Regan – dimostra che il grasso nascosto in profondità intorno agli organi accelera l’invecchiamento del cuore. L’indagine rivela inoltre che l’indice di massa corporea non rappresenta un approccio utile per la stima dell’età cardiaca, perché non tiene conto di dove si accumula il tessuto adiposo”.

Prospettive future sulla ricerca

Nei prossimi approfondimenti, i ricercatori si concentreranno sul capire come diverse terapie farmacologiche possano migliorare non solo il diabete e l’obesità, ma anche contrastare gli effetti dell’invecchiamento del grasso viscerale nascosto. “L’obiettivo finale della nostra ricerca – conclude O’Regan – è quello di individuare metodi e strategie per aumentare la durata della vita in salute. Sappiamo che restare fisicamente attivi è essenziale, ma i nostri risultati evidenziano anche l’importanza di mantenere bassi livelli di grasso viscerale”.

IA individua un terzo dei tumori al seno non diagnosticati durante lo screening

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Un algoritmo di intelligenza artificiale per lo screening del cancro al seno ha il potenziale per migliorare le prestazioni della tomosintesi digitale del seno (DBT), riducendo i tumori intervallari fino a un terzo, secondo uno studio pubblicato oggi su Radiology , una rivista della Radiological Society of North America (RSNA). I tumori mammari intercalati (tumori sintomatici diagnosticati entro un periodo di tempo tra i normali esami mammografici di screening) tendono ad avere esiti peggiori a causa della loro biologia più aggressiva e della rapida crescita. La DBT, o mammografia 3D, può migliorare la visualizzazione delle lesioni mammarie e rivelare tumori che potrebbero essere nascosti da tessuto denso. Poiché la DBT è una tecnologia di screening avanzata relativamente nuova, i dati a lungo termine sugli esiti per le pazienti sono limitati nelle istituzioni che non sono passate alla DBT fino a poco tempo fa.Secondo i ricercatori, lo studio di Radiology potrebbe rappresentare la prima ricerca pubblicata ad esaminare specificamente l’assistenza dell’intelligenza artificiale nella rilevazione dei tumori intervallari negli esami di screening DBT. “Diversi studi hanno esplorato l’uso dell’intelligenza artificiale per rilevare i tumori dell’intervallo durante gli esami di screening mammografico digitale bidimensionale, ma a nostra conoscenza nessuna letteratura pubblicata in precedenza si è concentrata sull’uso dell’intelligenza artificiale per rilevare i tumori dell’intervallo durante la DBT”, ha spiegato Bahl. Per evitare di sopravvalutare la sensibilità dell’algoritmo di intelligenza artificiale, il team di Bahl ha utilizzato un’analisi specifica per lesione che “attribuisce il merito” all’algoritmo di intelligenza artificiale solo quando identifica e localizza correttamente il sito esatto del cancro.

“Al contrario, un’analisi a livello di esame attribuisce all’intelligenza artificiale il merito di qualsiasi esame positivo, anche se la sua annotazione è errata o non correlata all’effettiva sede del tumore, il che potrebbe aumentare la sensibilità dell’algoritmo”, ha affermato Bahl. “Concentrarsi sull’accuratezza a livello di lesione fornisce un’immagine più accurata delle prestazioni cliniche dell’algoritmo di intelligenza artificiale”. I tumori rilevati dall’algoritmo tendevano a essere più grandi e avevano maggiori probabilità di essere positivi ai linfonodi, ha osservato Bahl. “Questi risultati suggeriscono che l’intelligenza artificiale potrebbe rilevare preferenzialmente tumori più aggressivi o in rapida crescita, oppure identificare tumori non rilevati che erano già in fase avanzata al momento dello screening”, ha affermato.

Tra 1.000 pazienti, inclusi quelli con tumori veri positivi in base all’esame istologico e quelli con esiti veri negativi e falsi positivi in base al follow-up a un anno, l’algoritmo ha localizzato correttamente l’84,4% di 334 tumori veri positivi. Ha inoltre classificato correttamente come negativi l’85,9% di 333 casi veri negativi e il 73,2% di 333 casi falsi positivi. “Il nostro studio dimostra che un algoritmo di intelligenza artificiale può rilevare retrospettivamente e localizzare correttamente quasi un terzo dei tumori al seno intercalari durante gli esami di screening DBT, suggerendo il suo potenziale per ridurre il tasso di tumori intercalari e migliorare i risultati dello screening”, ha affermato Bahl. “Questi risultati supportano l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro dello screening DBT per migliorare la rilevazione del cancro, ma il suo impatto nel mondo reale dipenderà in ultima analisi dall’adozione e dalla convalida da parte dei radiologi in diversi ambienti clinici”.

La dengue aumenterà in Europa. Tutta colpa del cambiamento climatico

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 Il cambiamento climatico favorirà la diffusione della zanzara tigre asiaticaAedes albopictus, verso Nord, aumentando il rischio di trasmissione della febbre dengue nell’Europa occidentale. Lo rivela uno studio guidato da Andrea Radici, dell’Università di Montpellier, in Francia, pubblicato su Global Change Biology.La zanzara tigre asiaticavettore principale della febbre dengue, è originaria delle zone tropicali e subtropicali, ma si sta espandendo in Europa da quando è stata rilevata in Albania nel 1979. Oggi la specie si sta diffondendo rapidamente verso nord in Francia, aumentando il tasso di avanzamento da 6 km l’anno nel 2006 a 20 km l’anno nel 2024. Le città di Londra, Vienna, Strasburgo e Francoforte, ad oggi senza presenza stabile della zanzara, potrebbero diventare adatte per il suo insediamento entro un decennio, grazie al progressivo innalzamento delle temperature causato dal cambiamento climatico.

Implicazioni per la salute pubblica

La zanzara tigre asiatica è anche vettore di altri virus come Zika e Chikungunya, ampliando l’importanza del fenomeno. Il cambiamento climatico sta modificando l’habitat e le condizioni climatiche dell’Europa occidentale, rendendola più ospitale per specie vettori di malattie tropicali. Questi cambiamenti aumentano il rischio di epidemie di malattie come la dengue anche in regioni fino ad oggi escluse, con importanti implicazioni per la salute pubblica.

Necessità di monitoraggio e controllo

La velocità di diffusione e insediamento della zanzara tigre rende urgente implementare sistemi di monitoraggio e strategie di controllo per prevenire la diffusione delle malattie vettoriali. “Estrapolando i risultati, si stima che la zanzara potrebbe stabilirsi nel nord della Francia entro un decennio, da dove potrebbe facilmente raggiungere Londra, climaticamente adatta a ospitarla”, spiega Radici.

Tumori, non tutti quelli alla prostata di basso grado sono a basso rischio

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 Un nuovo studio rivela che alcuni uomini a cui viene diagnosticato un cancro alla prostata di “Grado Gruppo 1” (GG1) potrebbero in realtà essere a rischio più elevato di quanto suggeriscano i risultati della biopsia, secondo una ricerca condotta da Weill Cornell Medicine, University Hospitals Cleveland e Case Western University.I ricercatori concludono che affidarsi esclusivamente al grado della biopsia può portare a sottostimare il rischio di malattia e a classificare erroneamente i soggetti che potrebbero beneficiare di un trattamento definitivo, sia chirurgico che radioterapico. Le biopsie esaminano solo piccole aree della prostata, quindi possono tralasciare le cellule tumorali più avanzate o aggressive, fornendo un quadro incompleto.

Lo studio, pubblicato sulla rivista JAMA Oncology, ha rilevato che un uomo su sei con tumore di categoria GG1 risulta avere un tumore a rischio intermedio o alto quando si considerano altre caratteristiche cliniche oltre ai risultati della biopsia. “Non vogliamo trascurare tumori aggressivi che inizialmente si presentano come Grado Gruppo 1 alla biopsia”, ha affermato il co-autore senior, Bashir Al Hussein, professore associato di urologia e scienze della salute della popolazione presso la Weill Cornell Medicine. “Tale sottostima del rischio potrebbe portare a un trattamento insufficiente e a scarsi risultati”.

Incertezza sull’eliminazione dell’etichetta di cancro GG1

I risultati dello studio potrebbero anche essere d’aiuto nelle recenti discussioni sull’opportunità di eliminare completamente l’etichetta di cancro per i tumori GG1. “C’è un malinteso sul fatto che ‘basso grado’ e ‘basso rischio’ siano la stessa cosa. Qui, dimostriamo chiaramente che non lo sono”, ha affermato il co-autore senior, il Dott. Jonathan Shoag , professore associato di urologia presso la Case Western Reserve University e urologo presso gli University Hospitals Cleveland. “I tentativi di rinominare GG1 sono fuorvianti, poiché molti pazienti con tumori GG1 alla biopsia presentano un rischio sostanziale che il tumore causi dolore e sofferenza per tutta la vita se non trattato”.

Dati reali per la ricerca sul tumore alla prostata

Il team si è basato sui dati raccolti tra il 2010 e il 2020 dal Programma di Sorveglianza, Epidemiologia e Risultati Finali del National Cancer Institute . “Si tratta di dati reali e contemporanei che rappresentano tutti gli uomini a cui è stato diagnosticato un cancro alla prostata negli Stati Uniti”, ha affermato Al Hussein, urologo presso il NewYork-Presbyterian/Weill Cornell Medical Center e membro del Sandra and Edward Meyer Cancer Center presso il Weill Cornell Medicine. I dati includevano circa 300.000 uomini a cui era stato diagnosticato un cancro localizzato alla prostata.

Grado GG1 e la sorveglianza attiva

Circa 117.000 di questi uomini hanno ricevuto una biopsia classificata come GG1. Questo grado è spesso usato come sinonimo di basso rischio di progressione verso metastasi, ovvero di diffusione del cancro ad altre parti del corpo. Di solito vengono seguiti tramite sorveglianza attiva: esami del sangue per monitorare una proteina prodotta dalla prostata, biopsie aggiuntive e risonanze magnetiche. Livelli crescenti di antigene prostatico specifico (PSA) nel sangue possono indicare la progressione del cancro.

Aggressività del tumore e il grado di malignità

Ma cosa accadrebbe se alcuni di questi uomini presentassero tumori alla prostata più aggressivi di quanto suggerito dal solo grado di malignità della biopsia? Al Hussein e i suoi colleghi hanno analizzato ulteriormente gli individui del gruppo GG1 con i loro dati clinici, come i livelli di PSA e le dimensioni del tumore. Considerando tutti i dati, i ricercatori hanno scoperto che oltre 18.000 di questi uomini presentavano tumori ad alto rischio, spesso trattati con radioterapia o asportazione della prostata (prostatectomia radicale).

Sottotrattamento dei tumori ad alto rischio

“I nostri dati mostrano che fino al 30 percento dei pazienti a cui è stata diagnosticata la GG1 ma che rientravano nella categoria di rischio più elevato sono stati sottoposti a sorveglianza attiva, il che significa che sono stati potenzialmente sottotrattati”, ha spiegato Hussein. Comprendere come la classificazione del cancro sia correlata agli esiti clinici è particolarmente importante, poiché alcuni medici propongono di rimuovere l’etichetta “cancro” dal tumore alla prostata GG1, il che potrebbe ridurre l’ansia e i trattamenti non necessari. Sostengono che la maggior parte dei tumori classificati come GG1 cresce lentamente e raramente si diffonde o causa danni. Tuttavia, lo studio sottolinea che un approccio univoco è rischioso.

Rinominare il cancro GG1: una confusione di termini

“Alcuni miei colleghi hanno tentato di rinominare il cancro GG1 con una confusione infelice di termini diversi”, ha spiegato Shoag. “Uno di questi è che la biopsia GG1 e la prostatectomia GG1 sono simili, ma non lo sono. Come medici, dobbiamo prendere decisioni basate su ciascun paziente e sui risultati della sua biopsia in quel contesto”. I dati che suggeriscono che i tumori GG1 non si diffondono si basano in gran parte su studi precedenti su campioni di prostatectomia, che hanno esaminato l’intera prostata dopo la rimozione. “Un sottogruppo di uomini con tumori di basso grado presenta caratteristiche cliniche avverse associate a esiti tumorali peggiori. Dobbiamo comprendere meglio questa biologia, che potrebbe aiutare i medici a migliorare la prognosi”, ha affermato il primo autore, Neal Arvind Patel , professore associato di urologia clinica, urologo presso il NewYork-Presbyterian/Weill Cornell Medical Center e membro del Meyer Cancer Center.

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